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Minerals Express - Collezionismo minerali

La nostra Africa - 2^ parte

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Il paesaggio ci inghiotte subito e, nonostante le varie disavventure, siamo già entrati 
nella mentalità africana, per i bagagli vedremo il da farsi quando arriveremo in 
Tanzania, l'importante è non perdere giorni preziosi per riuscire ad effettuare tutte le 
tappe del giro in precedenza programmato.

Namanga la raggiungiamo dopo un percorso di 5 ore su una strada piena di buche rattoppate da piccoli pezzetti di asfalto, che ha l'ardire di definirsi "strada asfaltata". Dietro una lunga coda di veicoli riusciamo a vedere, i casottini della dogana Keniota, poi una lunga striscia di "no man's land" piena di gente che l'attraversa con ogni sorta di fagotti; camion, pulmini, asini, mucche, alcuni turisti disorientati e presi d'assalto dai venditori ambulanti e tutto quello che si può e soprattutto non si può immaginare possa attraversare il confine tra i due

Paesi africani. In fondo la frontiera Tanzaniana.

Altra fila per il visto, questa volta siamo fortunati, nemmeno un'ora, poi a piedi (una sensazione stranissima mentre si attraversa la striscia della terra di nessuno, sembra di essere fantasmi, di non esistere) e poi finalmente la Tanzania con in nostri amici che ci aspettano appena al di là del confine. Che gioia rivedere John il nostro autista, un volto sereno e pacioccone sul quale spiccano quando sorride i denti bianchissimi, e Dhula il nostro cuoco, un ragazzo taciturno, serio, ma sempre disponibile, con un senso molto alto del dovere e con l'esperienza culinaria di una vissuta massaia bolognese. Vediamo anche la nostra Jeep, un Defender 130 lungo, già carica di provviste, tende ecc, che ci trasporterà per tutto il viaggio. Io, da buon fuoristradista e possedendo in Italia lo stesso modello di macchina, tento un controllo veloce con la speranza che abbiano effettuato almeno una manutenzione minima. Per fortuna non hanno risparmiato come al solito, questo viaggio non è importante solo per noi ma anche per il proprietario della piccola agenzia di safari cui ci eravamo già affidati a marzo per il nostro primo viaggio, in quanto da una parte ha fiutato odore di business per i minerali e, dall'altra, il nostro viaggio esplorativo gli potrebbe consentire di aprire dei nuovi percorsi alternativi al turismo di massa dei grandi parchi del Nord.  Dopo i convenevoli ci mettiamo subito in viaggio, abbiamo parecchi chilometri di asfalto (si fa per dire) da percorrere e poi alcune ore di pista, siamo diretti a Longido, zona famosa  per i rubini.

Arriviamo a Longido verso il primo pomeriggio, subito guardo in giro per le poche case di fango e mattoni con, a mo di tetto, dei lamierini ondulati (qui va tantissimo anche se pochi fortunati possono permettersi un tetto di lamiera). Cerco con gli occhi un qualsiasi indizio che possa assomigliare a qualcosa che ha a che fare con i minerali, un negozietto una bancarella, qualche cartello, nulla! Chiedo lumi a Jhon, il quale mi dice che a Longido non ci sono miniere né minerali (ma allora, mi chiedo, perché è citato anche sui libri o sui siti internet di minerali?) Le miniere si trovano  a  2-3 ore di pista dal villaggio. Mangiamo un pò svogliati il cibo preparatoci nei lunch box, comprati da Jhon in un negozio specializzato nella fornitura di cibo a portar via per turisti di Arusha, purtroppo anche qui sono arrivati dei pseudo fast food!

Mentre mangiamo con scarso appetito i panini rinsecchiti, un odore decisamente invitante di carne arrosto ci fa desistere a continuare tale operazione e, letteralmente, ci precipitiamo in una baracchetta dove sulla graticola cocevano sfrigolando alcuni pezzi di carne di capra. A fine pasto però, dopo aver visto le condizioni di superba frollatura cui era soggetto un pezzo di carne, appeso ad un gancio all'interno della baracca, da cui proveniva anche quella appena ingurgitata, il mio stomaco aveva cominciato ad emettere strani gorgoglii.

Ripartiamo e dopo tre ore di scossoni  (nel frattempo la carne di capra si era assestata nel mio stomaco e non destava più preoccupazioni), a qualche Km prima del villaggio minerario, nostra destinazione, sia io sia John notiamo quasi contemporaneamente delle rocce di color verde acceso, lui inchioda la jeep (in senso lato, poichè per fermare la macchina al momento giusto, per esempio per scattare una foto, dovevo calcolare di dare lo stop a Jhon almeno un paio di minuti prima!). Scendendo di corsa ci buttiamo, io, Federica (Fede da ora in poi) e Jhonn in un greto di un fiume in secca pieno di pezzi di rubizoisite!  Chi l'aveva mai vista prima d'ora se non solo alle mostre? Mentre raccattavamo tutto il possibile una pastorella Maasai, incuriosita dal nostro insolito comportamento, si era avvicinata per osservarci e, credo, pensando: questi "wusungu"  sono davvero matti! Il bello è stato quando ci siamo accorti successivamente che la rubizoisite, nella zona, era utilizzata per rattoppare la pista e che quindi era abbondantissima dovunque!

Arriviamo ad un piccolissimo villaggio Maasai verso metà pomeriggio e poi ancora un po' di strada verso la meta finale: una miniera a conduzione famigliare dove, un amico del nostro capo dell'agenzia (da ora nella narrazione solo Capo), ci stava aspettando in prossimità dell'unica baracchetta costruita esclusivamente con grossi blocchi di rubizoisite dove spiccava una scritta in Kiswhaili con un significato molto eloquente, "waladi camp" (villaggio dei disperati!). Il proprietario, dopo pochi minuti di conversazione, si è subito rivelato una persona molto disponibile e simpatica. Montato il campo e disfatti i bagagli (si fa per dire!) da un rapido controllo disponevamo solo di: due felpe leggere, due frontalini, macchinetta fotografica e antimalarico! Ai piedi di entrambi spiccavano i sandaletti estivi da mare (eravamo partiti dall'Italia con un caldo torrido) che sembravano suggerirci ghignando: forse dovevate partire con gli scarponi dall'Italia! Pazienza l'importante era essere arrivati! Dopo un breve giro, la miniera, pur se a condizione famigliare e in una zona isolatissima, mi era apparsa molto ben organizzata poiché possedeva un grande generatore di corrente, un compressore e addirittura un carrello su binario che scendeva nel pozzo inclinato e veniva utilizzato per il caricamento del materiale. Dopo il rapido giro della miniera, siamo subito andati a visitare alcuni filoni presenti nelle vicinanze e data l'ora tarda, abbiamo raggiunto però solo quelli più vicini: pegmatiti, intere colline di quarzite, filoni tipo rodingitici così grandi che quelli di Bellecombe sembravano i figli minori. Tali filoni, anche se poco cristallizzati ma di dimensioni tali da non consentire un rapido giudizio in merito alla possibilità di eventuali ritrovamenti di minerali, anche se, dagli scavi di saggio effettuati dai ragazzi che lavoravano alla miniera, mi ero già reso conto che difficilmente si poteva trovare qualcosa di veramente bello.

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MineralsExpress di Fabio Americolo